“Se tu compri una piantina che ti piace, e ansioso di vederla crescere ci metti più acqua con la speranza che cresca prima, alla fine la piantina affoga e muore. Perderai l’acqua, la piantina e le tue aspettative. E starai sempre a chiederti che cosa hai fatto di sbagliato, perché quello che a te appare è che le hai dato quello di cui aveva bisogno. Ma non ti accorgi che il problema è proprio che gliene hai dato troppo e tutto insieme.
Anche il troppo bene fa del male, sia a chi lo riceve che a chi lo dona. E l’eccessivo bene è il male più difficile da comprendere e accettare.”
sabato 30 gennaio 2010
lunedì 25 gennaio 2010
Pezzi di Puzzle
Immaginiamo di voler fare un puzzle rimasti colpiti dall’immagine che è sulla scatola. Entusiasti e ansiosi del risultato, rovesciamo i pezzi sul tavolo e ci mettiamo all’opera. Troviamo due pezzi che sembrano andare l’uno vicino all’altro, ma non s’incastrano. E allora, per il momento li forziamo dicendo a noi stessi che vedremo più in là se andranno bene. All’inizio l’immagine somiglierà a quella della scatola, ma poi a poco a poco per finire quel puzzle saremo costretti ad incastrare con la forza tutti pezzi che non vanno bene tra loro. E quell’immagine che tanto ci piaceva andrà sempre di più a distorcersi. E alla fine quella immagine non la otterremo mai. O perché incastreremo i pezzi sbagliati o perché non riusciremo a finire il puzzle.
"- il punto è che non ci sei soltanto tu a fare quel puzzle, ma ci sono anche gli altri che ti aiutano a farlo. E magari gli altri vogliono continuare a finirlo. - sì, e a volte ti passano il pezzo sbagliato. Che forse è sbagliato per te, ma non per loro. Senza accorgersi che se è sbagliato per te, è sbagliato anche per loro." |
mercoledì 20 gennaio 2010
Rami Appassiti
Altro non siamo che il tronco di un albero, e da noi si estendono dei rami che rappresentano le nostre relazioni. Ad ogni ramo noi doniamo la nostra linfa, che attraversandoli permette loro di nutrirsi e generare dei fiori. Noi, in quanto parte della flora, ci ritroviamo a dover far fronte al passare delle stagioni ed a comprendere che quei fiori che vediamo nascere dai nostri rami non possono essere eterni. E che molto spesso, non lo sono neanche i rami.
Quando un nostro ramo appassisce, dobbiamo imparare ad accettare che non ha senso far gravare su di noi qualcosa che non può più donarci quell'aspetto vigoroso che abbiamo avuto precedentemente.
Dobbiamo imparare che non possiamo sperare che fiorisca un ramo senza vita, e che donargi ancora la nostra linfa non riporterà quella stagione passata. Continuare a cedere la nostra linfa a un rampo appassito, che magari ha avuto anche un gran periodo di fioritura, vuol dire perderla. Dobbiamo imparare che quando un ramo è appassito dobbiamo rivolgerci altrove, e far scorrere trepidamente la nostra linfa in quei nuovi germogli che attendono solo di essere coltivati. Sperando, perché no, che possano dar vita a un ramo più forte che possa superare le brutte stagioni.
Un ramo appassito non potrà nuovamente maturare, e non dobbiamo guardare la sua bellezza passata con nostalgia, ma con un sorriso per il ricordo di quello che è stato e che oggi non è più. Impariamo che potare un ramo non ha altro scopo che evitare di sprecare le nostre risorse per ciò che nonostante il nostro sacrificio non avrebbe comunque vita. Permettiamo al tronco di non procurarsi dolore, e di investire la linfa nei germogli vivi.
Quando un nostro ramo appassisce, dobbiamo imparare ad accettare che non ha senso far gravare su di noi qualcosa che non può più donarci quell'aspetto vigoroso che abbiamo avuto precedentemente.
Dobbiamo imparare che non possiamo sperare che fiorisca un ramo senza vita, e che donargi ancora la nostra linfa non riporterà quella stagione passata. Continuare a cedere la nostra linfa a un rampo appassito, che magari ha avuto anche un gran periodo di fioritura, vuol dire perderla. Dobbiamo imparare che quando un ramo è appassito dobbiamo rivolgerci altrove, e far scorrere trepidamente la nostra linfa in quei nuovi germogli che attendono solo di essere coltivati. Sperando, perché no, che possano dar vita a un ramo più forte che possa superare le brutte stagioni.
Un ramo appassito non potrà nuovamente maturare, e non dobbiamo guardare la sua bellezza passata con nostalgia, ma con un sorriso per il ricordo di quello che è stato e che oggi non è più. Impariamo che potare un ramo non ha altro scopo che evitare di sprecare le nostre risorse per ciò che nonostante il nostro sacrificio non avrebbe comunque vita. Permettiamo al tronco di non procurarsi dolore, e di investire la linfa nei germogli vivi.
lunedì 11 gennaio 2010
Ridere e Sorridere
"La risata è tanto più intensa del sorriso quanto più breve dello stesso"
Parole simili, e per quanto simili esprimono sensazioni così diverse. Sì, perché ridere e sorridere differiscono non solo per il modo in cui si mostrano, ma soprattutto per quello che comunicano.
Una vera risata può nascere spontaneamente in seguito ad una battuta, e descrive uno stato d’animo del momento che il più delle volte è passeggero: può tanto tornare quanto non tornare. Una risata trasmette divertimento. Un vero sorriso ha una natura ben diversa. Non trasmette allegria, non trasmette divertimento. Il vero sorriso comunica quello che si ha dentro. Tutto ciò che è dentro di noi non è passeggero, anzi, al contrario è duraturo. Magari non eterno, ma è quello che in quella fase portiamo dentro di noi e ci fa stare bene.
"Ti ho visto sorridere, ma non mentre già sorridevi. Ho visto il tuo volto distendersi in un sorriso vero, in un sorriso sincero. Non c’è stata la tua decisione di tirare i muscoli del viso e mostrarti felice per qualcosa, ma ho visto il tuo viso sotto una spontanea trazione dei muscoli che ti hanno portato a sorridere. Ed io mi sono sentita bene con un tuo sorriso."
giovedì 7 gennaio 2010
Un'ingiusta giustificazione
In questi giorni, a seguito di alcune discussioni, ho avuto modo di osservare che spesso tendiamo a giustificare le nostre paure, e quindi dei nostri modi di agire, con le esperienze passate. In effetti le due cose un po’ sono collegate: le esperienze ci segnano, ci condizionano e ci cambiano. E ognuno di noi cerca di evitare delle strade che in passato gli hanno portato dei dispiaceri.
Allo stesso tempo, però, mi sto accorgendo che la causa del nostro modo di essere spesso diventa una giustificazione per rendere lecite le nostre azioni. È quasi come se volessimo apparire agli occhi degli altri come delle vittime da comprendere, e al posto di superare le nostre paure, usiamo queste come dei mezzi per mostrare le nostre sofferenze.
E in questo modo non rendiamo l’esperienza uno strumento in grado di guidarci cautamente in situazioni che potrebbero rivelarsi sbagliate, ma la rendiamo uno stupido pregiudizio che molto spesso fa pagare a chi non c’entra niente alcuni nostri, ormai passati, dispiaceri.
Allo stesso tempo, però, mi sto accorgendo che la causa del nostro modo di essere spesso diventa una giustificazione per rendere lecite le nostre azioni. È quasi come se volessimo apparire agli occhi degli altri come delle vittime da comprendere, e al posto di superare le nostre paure, usiamo queste come dei mezzi per mostrare le nostre sofferenze.
E in questo modo non rendiamo l’esperienza uno strumento in grado di guidarci cautamente in situazioni che potrebbero rivelarsi sbagliate, ma la rendiamo uno stupido pregiudizio che molto spesso fa pagare a chi non c’entra niente alcuni nostri, ormai passati, dispiaceri.
sabato 2 gennaio 2010
Disquisizioni Linguistiche
È in quei momenti in cui svolgi le solite azioni quotidiane, quei momenti in cui la testa incomincia a divagare che mi è venuta in testa una curiosità: “dire ciò che penso” è equivalente a “pensare a ciò che dico”? All’inizio cercavo di capire se una delle due frasi affermasse che uno dica tutto ciò che uno pensa, ma avendo riscontrato che né l’una né l’altra asserisse questo concetto ho pensato che fossero uguali, cadendo in errore. Dov’è la differenza allora? Eccola.
Dire ciò che si pensa altro non è che una manifestazione del proprio libero pensiero e soprattutto di sincerità. Chi dice ciò che pensa non si fa problemi di come gli altri possano reagire alle proprie parole, e di quanto possano non condividere.
Pensare a ciò che si dice è una manifestazione di cautela. Infatti, pensare a ciò che si dice non vuol dire manifestare il proprio pensiero, ma ragionare su quello che si sta dicendo, anche se si sta mentendo. Chi pensa a ciò che dice in genere si preoccupa delle reazioni degli altri alle proprie parole, ed agisce quindi con cautela nell’asserire.
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